Psicoterapia

Le psicoterapie per gli attacchi di panico

Quale psicoterapia?

Le psicoterapie non sono tutte uguali. Vi sono scuole di psicoterapia più diffuse e note di altre, come forse la psicoanalisi. Tra queste ci sono poi quelle più note per curare patologie ansiose, come la psicoterapia cognitivo-comportamentale e le psicoterapie brevi (tutte le scuole derivate direttamente o indirettamente dall’attività clinica pionieristica di Milton Erickson).

In questa sede non faremo una disamina di tutte le scuole che esistono nel mondo e nemmeno in Italia: molti psicologi ignorano l’esistenza della maggior parte delle scuole (le meno diffuse). Faremo una panoramica generale, invece, sulle psicoterapie più note, e più concretamente raggiungibili, ed esamineremo pro e contro rispetto al trattamento degli attacchi di panico in particolare.

Per inciso, è nostra opinione personale che tutte le psicoterapie funzionano. Quali più quali meno, qualcuna più velocemente di altre, in molte delle ricerche svolte alla fine emerge il fattore personale dello psicoterapeuta, la sua abilità e la sua capacità nel cogliere quello che altrimenti non verrebbe utilizzato al fine della guarigione. Soprattutto, in termini più tecnici, è il cosiddetto rapport ovvero il rapporto interpersonale tra terapeuta e cliente. Fatta questa doverosa precisazione, passiamo ad esaminare più da vicino le tre scuole importanti da cui hanno poi mosso i primi passi le tantissime psicoterapie esistenti oggi: la psicoanalisi, la psicoterapia cognitivo-comportamentale, la psicoterapia breve.

A questo punto occorre fare una sottolineatura importante. La psicoterapia ericksoniana, come quella cognitivo-comportamentale, parte dalla soluzione dei sintomi per risolvere il problema del cliente, al contrario della psicoanalisi che utilizza l’approccio opposto: se il cliente arriva dallo psicoterapeuta con uno o più sintomi, lo psicoanalista tratta con i problemi sottostanti, mentre lo psicoterapeuta ericksoniano e quello cognitivo-comportamentale risolvono i sintomi portati, senza considerare altre patologie contemporanee, a meno che queste non siano collaterali o la causa stessa dei sintomi. Per approfondire l’argomento si vedano le strategie psicoterapeutiche.

Psicoanalisi

In psicoanalisi, se il paziente arriva con uno o più sintomi, lo psicoanalista indaga nel passato (simbolico) del paziente per risolvere i suoi problemi attuali affrontando comunque una ristrutturazione profonda della psiche (o della personalità) a partire da fatti simbolici che poco o nulla hanno a che fare con i sintomi portati nel setting, almeno apparentemente.

In questa indagine il paziente deve in qualche modo ripercorrere tutto un viaggio metaforico che dalla prima infanzia lo porta ad attraversare in un simbolico gioco di ruolo con lo psicoanalista in cui rivive i conflitti della sua infanzia e in particolare il conflitto edipico e il transfert.

Alcune scuole di psicoanalisi, come quella kohutiana, fanno uso di ipnosi per facilitare le libere associazioni, per esempio.

Psicoterapia Cognitivo-comportamentale

L’approccio adottato dallo psicoloterapeuta cognitivo-comportamentale è piuttosto schematico. Al soggetto vengono presentati dei test, vengono assegnati dei compiti, tra cui tenere un diario, viene fatta fare l’autovalutazione. Fra tutte le psicoterapie è l’unica che è in grado di fare delle stime sui tempi. Poi, se non vengono raggiunti i risultati richiesti si fa una nuova valutazione. La psicoterapia cognitivo-comportamentale ha protocolli precisi come una scienza medica. E in quanto protocolli non sono molto tagliati sul soggetto.

Alcuni psicoterapeuti e ricercatori cognitivo-comportamentali fanno uso di ipnosi per usare in maniera più focalizzata la concentrazione del soggetto sugli esercizi di immaginazione che sono uno degli strumenti terapeutici di questa psicoterapia.

Psicoterapia ericksoniana

La terapia di Erickson viene detta anche psicoterapia ipnotica o ipnoterapia, in quanto l’ipnosi, direttamente o meno, gioca un ruolo importante nel determinare il rapport, prima, e la risoluzione dei sintomi, dopo.

Lo psicoterapeuta ericksoniano tende a percepire le cose e a pensare in termini ipnotici praticamente su qualunque cosa. Innanzitutto sulla comunicazione che il cliente e il terapeuta e poi anche nella strategia terapeutica che viene attuata per risolvere il problema che viene portato in seduta.

Gli psicoterapeuti ericksoniani cercano, o dovrebbero cercare, di usare l’ipnosi vera e propria, per poi comunicare con il cliente nello stato di coscienza modificato che è un terreno più fertile per la terapia. Naturalmente non è necessario e comunque non si può usare in tutti i casi. Ma anche quando non vi è trance, il rapport e l’alleanza terapeutica che si creano con uno psicoterapeuta ericksoniano sono particolarmente forti.

PNL e operatori olistici

Parlando di scelta va ricordato che solo gli psicoterapeuti (o gli allievi di una scuola di psicoterapia supervisionati da psicoterapeuti) possono condurre una psicoterapia vera e propria. Poi ci sono altri tipi di interventi che possono essere intrapresi, come quelle dei counselor e dei cosiddetti operatori olistici.

Le scuole di ipnosi e PNL fioriscono ogni giorno nel mondo e in Italia se ne contano ormai parecchie. Molte di queste promettono alle persone che si iscrivono di poter curare definitivamente fobie e stati ansiosi con una velocità e semplicità sorprendenti, anzi incredibili. Però molte persone finiscono con il crederlo. Perché?

Non ci si aspetti però che quello che viene dichiarato a gran voce sia anche solo vicino alla realtà. In più di un libro e in molti seminari, Richard Bandler afferma che quello che dice sono menzogne. E lo fa con l’ironia che lo contraddistingue. Poi comincia a sparare a zero sugli insuccessi terapeutici degli psicoanalisti e dei psicoterapeuti in generale, prendendoli in giro come solo lui sa fare. Sono letture divertenti, affascinanti e come dice lui stesso menzognere. Solo che spesso la precisazione iniziale da lui fatta passa inosservata come una battuta di spirito, tanto che contemporaneamente afferma che anche tutti gli altri psicoterapeuti, psichiatri e psicologi dicono menzogne, solo che lui è l’unico a dichiararlo apertamente.

Che dire dell’aneddotica divertente e inverosimile che tanto intrattiene? Come quando racconta che ha ipnotizzato i dodici avvocati che volevano far causa ad un suo amico, oppure quando dice che fa passare le fobie in un paio di minuti?

Comunque la PNL è una utile raccolta di tecniche prese a prestito da varie scuole. Noi crediamo che la PNL possa dare un contributo importante ad un giovane psicoterapeuta e anche allo psicoterapeuta esperto, perché condensa con una semplicità di metodiche una serie di strumenti tratte da diversi approcci psicoterapeutici differenti e da diverse personalità eccezionali tra cui, primo fra tutti, Milton Erickson.

Siamo clienti o siamo pazienti?

Ma si dice Cliente o Paziente? Dipende da vari fattori. Negli Stati Uniti vi è la tendenza a dire Cliente, piuttosto che Paziente, in alcuni rami di psicoterapie. In Italia si tende a usare più il termine Paziente, a meno che non si parli di patologie importanti, come quelle che necessitano di cure ospedaliere. Soprattutto nelle terapie più conservatrici è possibile sentire Professionisti esprimersi con il termine Paziente, oppure nel caso abbiano una lunga pratica clinica negli ospedali.

In generale, noi tendiamo a usare il termine Paziente in contesto ospedaliero e quando la persona viene da noi per un disturbo debilitante, cioè che non permette un corretto funzionamento dell’individuo nei campi importanti per lui (sfera sociale, familiare, lavorativa) mentre tendiamo ad usare il più disimpegnato termine Cliente quando la persona viene da noi con la volontà di curare uno specifico sintomo o potenziare una specifica capacità, partendo da un funzionamento globale tollerabile o abbastanza soddisfacente.

In questo modo si enfatizza la libera scelta della persona che decide di migliorare il suo modus vivendi eliminando un po’ del suo stato d’ansia e andando perciò di sua scelta da uno psicoterapeuta. In questo modo non è più “paziente” di una persona che decida di andare dal dentista non per una patologia ma semplicemente perché si vuol fare sbiancare i denti.